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Scienza

L’esperienza di lavoro di Penny Sartori, raccontata da un collega.

Abbiamo giá pubblicato articoli su Penny Sartori, che prima come infermiera e poi quale Dottoressa ha avuto modo di fare importanti esperienze sul campo delle NDE, esperienza che in questo articolo è stata raccontata dal punto vista di suoi colleghi:

“in questo articolo racconteremo l’esperienza di una collega inglese Penny Sartori, che ha lavorato per oltre 20 anni in unità di terapia intensiva degli ospedali gallesi Singleton e Morriston, raccogliendo delle esperienze professionali “particolari”.

Sono proprio questi luoghi di cura (cure palliative o di terapia intensiva) degli ospedali che avendo uno stretto rapporto con la morte, danno luogo a numerose esperienze che sfuggono a qualsiasi spiegazione razionale. Pazienti che intuiscono il momento esatto in cui moriranno, altri che sembrano decidere da sé il giorno e l’ora, affrettando o ritardando la morte, sogni premonitori di familiari o presentimenti di terze persone che senza neanche sapere che qualcuno è ricoverato o ha subito un incidente sono sicuri che sia morto.

Solo i professionisti sanitari, soprattutto infermieri che assistono il paziente fino all’ultimo secondo della loro vita, quindi lavorando da vicino con i pazienti terminali conoscono in prima persona la portata e la varietà di queste strane esperienze. Molti ne parlano ma pochi hanno approfondito studi su questo fenomeno. Infatti molte volte passano come eventi paranormali o soprannaturali perché la scienza non è stata capace di offrire alcun tipo di risposta. Un’etichetta “troppo vaga per la grandezza di queste esperienze”, secondo l’infermiera britannica Penny Sartori. Inizialmente scettica sul fenomeno, Penny Sartori ne è tuttavia stata testimone così tante volte (nel suo ruolo di infermiera) da sentire il bisogno prima di studiarlo a fondo e poi di descriverlo. E ha scoperto che si tratta di un’esperienza cruciale, capace di cambiare in maniera profonda chi la vive, indipendentemente dalle sue credenze. E capace anche di insegnarci qualcosa di molto importante sulla vita e sul coraggio col quale bisogna affrontarla.

Una carriera sufficientemente solida per aver visto di tutto, intuire standard ed elaborare ipotesi su questi fenomeni. Pensieri raccolti in un libro “Oltre il confine della vita”, Penny Sartori racconta che cosa sono le “near death experiences” (esperienze di pre-morte) come hanno influito su chi le ha vissute come si verificano cosa dice la scienza al riguardo e ci fa capire perché il loro messaggio positivo ci aiuta a vivere meglio, perché non bisogna “temere” quello che ci aspetta, perché possono aiutare a superare la paura della morte.

“Allucinazioni” condivise da familiari

Nel corso della sua carriera, la Sartori ha incontrato pazienti che hanno vissuto esperienze vicine alla morte (EVM) e familiari che hanno vissuto da vicino esperienze di morte condivisa (EMC). La quantità e la ripetizione degli standard fa sì che l’infermiera scarti l’ipotesi della casualità o dell’impossibilità di trovare un ragionamento logico per questo diffuso fenomeno.

Tra il 70 e l’80% dei pazienti aspetta di stare solo nella stanza prima di morire.

La tesi principale della Sartori è che “il nostro cervello è indipendente dalla coscienza. È il mezzo per canalizzarla, per cui in realtà è fisicamente estranea al corpo”. Un’idea che spiegherebbe, perché “l’anima e la coscienza possono sperimentarsi al margine del corpo”, come nelle EVM o nella meditazione buddista.

Gli esempi di cui la Sartori si avvale nel suo libro sono molto numerosi, ma tutti coincidono in genere nel fatto che i pazienti che vivono le EVM sono sempre quelli che abbracciano la morte nel modo più tranquillo e felice, come i familiari che presentono la morte dei propri cari. Perché? In base agli incontri che ha avuto con questi ultimi, è dovuto al fatto che sono convinti che si tratti solo della fine della vita terrena.

Al margine del fatto che siano persone credenti, agnostiche o atee, tutte sperimentano il sogno o la visione di come il familiare se ne andrà da questo mondo guidato da qualcuno (coniugi già defunti, esseri anonimi o angeli) e con una chiara sensazione di “pace e amore”. All’inizio, riferisce la Sartori, “mi colpiva il fatto che alcuni familiari dei defunti non si sentissero tristi dopo aver diagnosticato la morte del proprio caro, ma parlandoci mi sono resa conto che in realtà erano tranquilli per il fatto di aver sperimentato questa sensazione di trascendenza della vita”.

Scegliere il momento “più appropriato” per morire

Non è il caso degli esempi di persone che sapendo quando moriranno chiedono di restare qualche minuto da soli o lo fanno proprio quando il familiare, che rimane tutto il tempo al loro fianco, li abbandona solo un momento per andare in bagno. Altri casi che richiamano l’attenzione allo stesso modo sono quelli delle persone che muoiono subito dopo aver visto un familiare che tardava ad andare a trovarli perché era all’estero, o quando terminano tutti i documenti relativi a eredità e assicurazioni sulla vita. “Sembrano attendere che avvenga un evento specifico per permettersi di morire”, ha riferito l’infermiera. La sensazione di trascendenza è sperimentata sia dai credenti che dagli agnostici o atei.

Il direttore del Tucson Medical Center John Lerma, specializzato in cure palliative, ha raccolto esempi molto simili a quelli citati dalla Sartori in Into the Light: Real Life Stories About Angelic Visits, Visions of the Afterlife, and Other Pre-Death Experiences (Nella Luce: Vere Storie di Vita su Visite Angeliche, Visioni dell’Aldilà e Altre Esperienze Pre-Morte, New Page Books). Secondo i suoi resoconti, tra il 70 e l’80% dei pazienti aspetta che i propri cari escano dalla stanza per morire.

La Sartori rifiuta di credere che queste esperienze siano motivate da allucinazioni. “Non è possibile che varie persone vedano la stessa cosa e siano capaci di descriverla in modo uguale se è davvero una percezione distorta della realtà”, ha indicato. Una tesi che si basa sulle famose teorie del professor Raymond Moody, che ha coniato il concetto di esperienze vicine alla morte alla fine degli anni Settanta del Novecento.

I suoi studi più innovativi si concentrano sulle esperienze condivise dalle persone che accompagnano coloro che si trovano in trance di morte. “Aprono una via completamente nuova di illuminazione razionale sulla questione della vita dopo la morte, perché le persone che comunicano queste esperienze sono sane. In genere sono sedute accanto al letto di morte di una persona cara quando sopravviene una di queste esperienze meravigliose e misteriose. E il fatto stesso che le persone non siano prossime alla morte invalida la clausola di esenzione. Visto che le loro esperienze non si possono attribuire a mancanze della chimica cerebrale, dovremo andare al di là di questa argomentazione”.

Nuove vie di studio

Il ricorso, “cinico” secondo la Sartori, a spiegare questo fenomeno a partire dalle disfunzioni cerebrali non si sostiene nemmeno con gli esempi di persone ricoverate con Alzheimer avanzato che all’improvviso recuperano la capacità di raziocinio.

“Si tratta di pazienti in uno stadio terminale della malattia, incapaci di articolare la parola, che in modo sorprendente iniziano a parlare con la massima coerenza, interagendo con gente che non è nella stanza e che spesso sono familiari defunti – ha spiegato la Sartori – in genere accade che dopo questa esperienza smettono di essere agitati e finiscono per morire con un sorriso sul volto, solitamente uno o due giorni dopo”.

Anche l’idea che queste visioni siano indotte dai farmaci non è accettata dalla Sartori, perché “questi provocano ansia, tutto il contrario di ciò che provano i pazienti”.

Nel suo libro, l’autrice sostiene che questo tipo di esperienze, raccolte nel corso di tutta la sua carriera, possono essere fondamentali per dimostrare l’esistenza di una vita dopo la morte, e che devono almeno aprire una nuova via di studio (come alcune che partono dalla fisica quantistica) per gli studi scientifici. Quello di cui dice di essere convinta è che “la morte non è terribile quanto la immaginiamo di solito….il paradiso non è un luogo, ma una condizione mentale presente in tutti noi. Dobbiamo soltanto scavarci dentro e trovarlo”.”

Articolo di Giuseppe Papagni.

Fonte: NurseTimes


Due Robot iniziano a dialogare in autonomia e con un linguaggio sconosciuto…

“Due robot hanno iniziato a dialogare in un linguaggio sconosciuto“. L’allarme circolato nel web, arriva da Menlo Park dove Facebook AI, esperimento di intelligenza artificiale, avrebbe dato segni di ‘linguaggio proprio’. Alice e Bob, due impianti artificiali, hanno conversato in una lingua non comprensibile sotto gli occhi sbalorditi dei ricercatori. “L’intelligenza robotica è pericolosa” asserisce un esperto sulle pagine online del Mirror dopo la notizia dello “sviluppo di una propria lingua” da parte dei dispositivi. La notizia ha fatto il giro del mondo, dal Sun, al Telegraph, fino all’Indipendent. I giornali parlano di scene di panico tra i ricercatori che hanno immediatamente staccato la corrente alle macchine. Kevin Warwick, professore britannico esperto in robotica, sul Sun parla di un “pietra miliare per la scienza ma chi dice che non costituisce un pericolo nasconde la testa sotto la sabbia”. E ancora: “Non sappiamo cosa volessero dirsi i due bot”. Bisogna preoccuparsi? Secondo il team Facebook AI no. Come ricostruito dalla Bbc, per capire la storia di Bob e Alice bisogna risalire a giugno 2017, quando sul blog di Facebook è comparso un post sulle ricerche in atto sui programmi di chatbot. Ovvero dei software progettato per simulare una conversazione con esseri umani o con altri bot tramite l’uso di voce o testo. La storia aveva interessato anche il New Scientist. Poco tempo dopo sono state riportate alcune conversazioni assurde tra i due bot. Alla proposta di Bob “I can can II everything else”, Alice ha risposto “Balls have zero to me to me to me to me to me to me to me to me to”. Da qui l’allarme secondo il quale le due entità avrebbero inventato un linguaggio per eludere la comprensione dei ricercatori. Una spiegazione più plausibile è che le reti neurali abbiano modificato il linguaggio umano ai fini di un’interazione più efficiente. Secondo il sito di tecnologie Gizmondo: “Nei loro tentativi di imparare l’uno dall’altro, i bot hanno iniziato a chiacchierare con abbreviazioni semplificate”. Può sembrare assurdo e far rimanere perplessi “ma non si tratta che di questo”. Il caso, tra l’altro non è isolato. Già Google aveva annunciato una simile dinamica nel suo software di traduzione. Di certo la storia entra nel vivo di una questione tutt’altro che risolta: l’Intelligenza Artificiale è risorsa o pericolo per l’umanità? La domanda non è nuova, ma la risposta è ancora divisiva. Tanto da spaccare anche il pantheon della Silicon Valley.  Solo qualche settimana fa si consumava lo scontro tra Elon Musk numero uno di Tesla e SpaceX e Mark Zuckerberg ideatore e capo di Facebook. Dove per il primo la più grande paura per il futuro era l’intelligenza artificiale, il secondo opponeva una ferma fiducia nella direzione presa della tecnologia: “Ho le idee chiare su questo, sono molto ottimista. Non capisco chi fa il bastian contrario e solleva scenari apocalittici, ritengo che sia abbastanza irresponsabile”, spiegava Zuckerberg, prevedendo che nell’arco dei prossimi cinque-dieci anni l’intelligenza artificiale sarà in grado di migliorare la qualità della vita. “Chi è contro l’intelligenza artificiale è contro auto più sicure che scongiurano incidenti”. Di sicuro il modo in cui è stata affrontata la storia di Alice e Bob è sintomatico delle riserve culturali sull’argomento. Facebook AI era solo un esperimento ancora in fase di rodaggio, non indirizzato al pubblico. Lo testimonia proprio la difficoltà nel capire come i bot producano le interazioni in contesti dove non è previsto l’intervento umano. Se è stato chiuso, riporta la Bbc, è perché esulava dall‘interesse dei ricercatori in un campo che resta tra i più ostici.

Comunque resta il fatto che quella tra Alice e Bob, i due Robot in questione, è la prima conversazione registrata tra due impianti artificiali della storia.

Fonte: varie testate giornalistiche e il fatto quotidiano.


NDE, AWARE 2, arrivano ulteriori importanti conferme

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Forse ci siamo, notevoli testimonianze anedottiche rivelano che le persone i cui cuori si sono fermati e poi riavviati hanno potuto descrivere accurati e verificati racconti di ciò che stava accadendo attorno a loro, come vedere i medici e gli infermieri che lavoravano, descrivere esattamente le loro conversazioni ed eventi che stavano succedendo,  altrimenti impossibili da conoscere.
Secondo Parnia, questi ricordi sono stati poi verificati da personale medico e infermieristico presente all’epoca della NDE, sono rimasti stupefatti di sentire che i loro pazienti, tecnicamente morti, potevano ricordare tutti quei dettagli.

Parnia, a mezza strada nel lavoro sulle NDE chiamato AWARE II, farà
un annuncio pubblico con aggiornamenti eclatanti, probabilmente nei prossimi sei mesi.
Ora, sappiamo che lo studio si doveva concludere nel 2020, tuttavia,  Parnia ha detto che, se ci fossero stati due o più eventi verificabili (cioè NDE completamente documentate con OBE confermate – vale a dire soggetto che vede l’immagine sullo schermo LCD), prima della data prevista, tali dati sarebbe stati resi pubblici.
Potrebbe essere questo l’annuncio? Certo, non lo sapremo finché non verrà emesso un bollettino, ma se è così, questo sarà l’evento che tutti abbiamo aspettato da quando AWARE  è stato citato per la prima volta.
Questo sarà il momento in cui vedremo un cambiamento paradigmatico permanente nel pensiero scientifico ed il materialismo metodologico sarà morto.
Siamo tutti molto speranzosi. Già dall’anno scorso è improvvisamente aumentata l’attività del team di studio AWARE e allo stesso tempo, hanno smesso di comunicare con fonti esterne. All’epoca si ipotizzava che avessero fatto un buon colpo e stavano tentando di ottenerne un’altro, pur assicurando l’integrità dello studio mantenendo i nuovi dati strettamente secretati.

Fonti:

  • Il sito del Dottor Claudio Pisani, qui
  • LiveScience, qui